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Published by Pascal Abatiello, 2019-08-29 09:32:39

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A è uguale e diversa da A. LXXVI 15 maggio 1940. La guerra entrò in paese. Arrivarono alcune lettere provenienti dal Ministero della guerra. Vincenzo, il fratello Alberto, Tommasino, Antonio, Buonarroti, Uno ed Enea erano chiamati alle armi. Si doveva- no presentare, davanti alla Casa del fascio, la mattina del primo giugno, e da lì sarebbero stati condotti in città con la camionetta di Nunzio. Se non che, nell’arco di una settimana, i ranghi si assottiglia- rono: Antonio fu giudicato troppo grasso per combattere al fronte; Tommasino presentò una cartella medica che mostrava una presunta invalidità a una gamba (un suo zio faceva il medico in un paese vicino); Alberto e Vincenzo furono inseriti, come dirigenti stipendiati, alla Casa del fascio locale, e quel ruolo così importante aveva la priorità su tutto; Uno doveva insegnare musica a Patrizia e il marchese in persona fece strac- ciare la lettera di convocazione; Buonarroti divenne ufficial- mente disertore, scappando persino dal mulino, per qualche giorno, dopo aver proclamato apertamente che non avrebbe mai difeso l’Italia perché lui non aveva patria. In sintesi, rimase solo Enea: quello era il contributo del paese alla nuova impresa dello Stato italiano, che si stava preparan- do a rincorrere a spron battuto i francesi, già feriti a morte dai tedeschi. “Guarda come volano liberi quegli uccelli”. Enea indicò all’a- mico uno stormo lontano, sopra il mare. “Non come noi uomi- ni, che dobbiamo fare quello che ci viene detto e ordinato. Che grande libertà: lavorare in fabbrica dieci-undici ore al giorno e come premio andare a sparare ai francesi! Proprio bello!” Uno si sentiva in colpa per il fatto di non partire in guerra con l’amico, il primo giugno. Ma non ci poteva fare niente: sarebbe rimasto nella gabbia del marchese, e chissà fino a quando. “Enea, hai ragione. Per noi uomini è diventato libertà sempli- cemente il potersi lamentare la sera, in osteria, dopo una gior- nata di lavoro, e poter dire quello che si vuole su tutto; o sce- gliere che tipo di ortaggio comprare nella piazzetta, il lunedì; o se la domenica mattina comprare la Domenica del Corriere o la 153

Gazzetta dello Sport. Questa è la libertà che gli uomini hanno. E ora che è arrivata anche la... -come si chiama quella bevanda gialla e con le bollicine?- la birra, gli uomini sono liberi anche di scegliere se vogliono bere il vino o la birra”. Lo stormo si avvicinò, poi superò le loro teste, proseguendo verso l’interno della collina. Enea alzò gli occhi, sussurrando: “Libertà”. Uno scosse la testa. “Ma non ti confondere, Enea. Gli uccelli - pensano tutti- sono il simbolo della libertà, perché volano in cielo, in alto, lontano dai problemi terreni. Nella realtà non è così, purtroppo per loro. Sono ancora più schiavi degli uomi- ni, più schiavi di te che fra qualche giorno diventerai soldato con un fucile in mano, o di me che da dieci anni sono servo del marchese...” “...” “Ti sembra libertà l’essere costretti, ogni anno, a lasciare per il freddo la propria casa e dover volare sopra mezzo mondo per trovare un po’ di caldo? E doverlo fare per tutta la vita, a costo di continue sofferenze e pericoli di morte?” Enea lo guardò sorpreso. “È vero, forse non sono liberi come si crede, ma come fai a dire che sono meno liberi di me? Uno, io il primo giugno sono costretto a presentarmi, altrimenti vado dritto in galera! Lo sai?” “Lo so. Ed è terribile. Terribile. Ma le leggi di un tribunale sa- ranno sempre più deboli delle leggi della natura. Ed è per que- sto che gli uomini vivono nell’assurdità: dove si sono liberati, almeno in gran parte, dalla schiavitù della natura, si sono in- ventati nuove forme di dominio, di oppressione, di schiavitù. E si sono inventati anche la guerra”. Enea annuì. Poi fissò negli occhi Uno: “E quindi, dici che l’uo- mo è comunque più vicino alla libertà rispetto agli uccelli, che vivono la loro vita volando nel cielo?” “Io credo di sì. Ma purtroppo è molto, troppo lontano dal toc- care per la prima volta la vera libertà”. “Però, Uno, mentre gli uccelli volano in aria, come schiavi, gli uomini -più liberi- si stanno ammazzando tra loro nelle trincee e nelle città di tutta Europa. Cosa c’entra con la libertà?” “Non lo so, Enea”, gli rispose demoralizzato. “È la cosa più importante da sapere, e io non la so”. 154

LXXVII “Mio nonno è contentissimo della chiamata”, disse Enea, per cambiare discorso. “Vorrebbe esserci lui, immagino”. “Sì, mi ha detto che dobbiamo prendere per il collo gli austriaci, uno per uno”. “E sei riuscito a spiegargli che i nemici, questa volta, sono i francesi e gli inglesi, e non gli austriaci?” “No, assolutamente. Meglio dirgli subito di sì e chiuderla lì. Anche perché è diventato insopportabile ora che ha compiuto sessantacinque anni”. “Insopportabile?” “Ti ricordi dell’orologio che gli hanno regalato per i suoi ses- sant’anni?” “Sì, la colletta fatta da Aristide”. “Bravo. Ecco, dice che quella è stata la sua rovina, che quel- l’orologio lo sta tormentando, e non lo vuole più vedere. Infatti -all’inizio non ci avevo fatto caso- da quando ha avuto quel- l’orologio, e soprattutto dopo la morte di mio padre, non fa altro che guardare, ogni cinque minuti, tutti i santi giorni, l’orologio appeso in cucina, per poi lamentarsi del tempo che non passa mai. Chissà cos’ha in testa... Vuole che il tempo vada veloce. Ma per fare cosa?” “Mah... Certo che di gente come Girolamo ne nasce uno so- lo”, commentò Uno. “È vero! Girolamo, all’età di mio nonno, era ogni mattina e ogni sera ancora a lavorare in bottega. Ed è arrivato a ottant’an- ni costruendo tavoli, armadi, comodini, persino le cornici delle due foto che ho in casa. Lui l’orologio non lo guardava nean- che. Secondo me, non sapeva nemmeno in quale anno fosse, e quanti ne avesse lui di anni!” “Eh sì, era un gran personaggio! Non ho mai visto una perso- na così contenta della vita. E poi -ricordi?- fu lui, quel giorno in cui eravamo con la chitarra nel giardino a cantare le canzo- ni di Fernando, a farci capire come gli accordi avessero dei co- lori precisi. Ogni accordo un colore. E niente immaginazione: per ogni accordo un solo colore. Come la matematica dei bam- bini. E tu non riuscivi a capirlo!” “Non ricominciare, Uno! Il re minore non è verde pisello! È azzurro! Azzurro!” Uno scosse la testa: “Verde pisello... Ma lasciamo stare: se non 155

capisci, non capisci! Ricordi almeno quale accordo sei tu?” “Sì. Io sono do diesis minore. Come il Notturno n° 20 di Chopin”. “Bravo. E Buonarroti?” “Lui è facile. Girolamo diceva che era come il quarto tempo della sinfonia di Dvorak, Dal Nuovo Mondo: mi minore. Diceva, sempre ridendo: ‘Buonarroti alla conquista del nuovo mondo!’. E Buonarroti era contento, orgoglioso”. “Io, invece, ero...? Ero...?” “Tu eri da manicomio e basta! Questo diceva Girolamo, quan- do ti sentiva parlare di filosofi con la barba o delle scimmie tra- sformate in uomini!” “E Chiara, invece?”, lo stuzzicò Uno, con un gran sorriso. “Non iniziare di nuovo con quella storia!” “Sì, diventavi tutto rosso! E quel colore non ti andava più via dalla faccia, fino a sera! Perché anche lei era do diesis minore. Chiaro di luna di Beethoven, diceva Girolamo”. Enea abbassò gli occhi. Era diventato di nuovo rosso. Uno se ne accorse, ma non lo prese in giro. Ancora pochi giorni e sarebbe partito in guerra e non era giusto scherzare troppo su di lui e Chiara. “Comunque, io ero re minore, come Españoleta di Sanz. Un suono di tempi lontani, diceva. E poi, io non dovevo andare al manicomio! Quello lo dicevi tu! Io dovevo tornare indietro nel tempo e incontrare i filosofi con la barba lunga e bianca. Questo mi diceva Girolamo!” LXXVIII 31 maggio 1940. L’ultimo giorno. Enea ancora non ci credeva. Guerra. Una parola. Soltanto una parola scritta sul giornale. Quell’ultimo giorno gli parve un giorno come un altro, fin- ché, dopo pranzo, la mamma gli disse: “I capelli, questa volta, fatteli fare da Mario”. Neanche per la comunione era andato dal barbiere! La guer- ra, forse, era ancora più importante della comunione, anche se Enea non capì come mai uno che doveva andare a sparare in mezzo al fango dovesse presentarsi pettinato e pulito come per un matrimonio. Anche suo nonno gli disse che, prima di parti- re come volontario per la guerra sul confine austriaco, era an- 156

dato dal barbiere a farsi barba e capelli. Mario lo accolse con un sorriso: “Finalmente!” “Solo perché c’è la guerra, Mario. Solo per quello. E non me li tagliare troppo corti”. “E la barba?”, gli chiese con occhietti ironici Mario. “Questi tre peletti sul mento?”, rispose prontamente. “Toglili di mezzo, ma gratis!” Enea uscì dal barbiere, bello come non mai, e andò innanzi- tutto a salutare Gennaro. Poi fu la volta di Francesca e Fer- nando, in osteria, dove trovò anche Antonio e Tommasino, che ormai lì dentro sembravano pure dormirci. Erano le cinque. Si diresse al giardino, dove ad attenderlo c’era Uno, il quale poco dopo avrebbe suonato per il marchese, come sempre. “Eccomi”. “Enea, vieni qua”. I due si sedettero intorno all’albero, in silenzio. Guardarono il cielo e il mare e il sole che stava diventando grande e vicino. “Le olive ancora non le ha fatte”, disse a bassa voce Uno. “Le farà, le farà...”. Enea osservò l’amico e gli sorrise. “Ma perché hai la faccia così triste? Non è morto mica nessuno!” “Giurami soltanto che non morirai tu, in questa guerra”. “Cosa?”, sorrise ancora Enea. “Giuramelo!” “Te lo giuro, te lo giuro”. “Dobbiamo fare ancora un sacco di cose, io e te, insieme a Buonarroti, insieme a Chiara”. “Guarda che è una guerra veloce veloce questa qui. I francesi sono già battuti. Gennaro mi ha detto che sarà rapida, che l’Italia è con la Germania, e la Germania in pochi mesi conqui- sterà tutta l’Europa. E poi porterà la sua pace, non un granché ma sempre pace sarà, e perciò non ci sarà bisogno di combat- tere ancora e potrò tornare”. “Speriamo”. “Ma sì! E poi l’ulivo farà le olive e leggeremo i biglietti qui in giardino!” “O sul sole! Ricordi?”. Uno ritrovò il sorriso. “Sì, e portiamo con noi i materassi!” Entrò Chiara, senza far sentire i propri passi. “E l’acqua fred- da della fontana!” I due ragazzi si voltarono sorpresi. “Chiara!” Si fece avanti. 157

Aveva i capelli sciolti e una gonna bianca, lunga, mai indos- sata prima. Entrò con quel suo sorriso meraviglioso, le labbra rosse come le fragole, i denti bianchi e perfetti. Uno salutò Enea, dicendogli sottovoce che dovevano fare ancora molte cose insieme e che Chiara era bellissima. Uscì. Enea sentì il proprio respiro e il silenzio e, sull’erba, i passi di lei. Chiara si avvicinò e quel sorriso gli entrò negli occhi, e poi nelle vene, e nel cuore che batteva sempre più forte. Enea si alzò, aspettando che lei si avvicinasse ancora di più. Chiara si avvicinò. L’aria e il respiro e i passi di lei scomparvero. Rimasero solo le loro labbra. A Enea parve di toccare un fiore appena sbocciato. Quelle lab- bra erano morbide, da aver quasi paura di sciuparle. Con le mani le toccò i capelli, ma non il collo o la testa o il viso. Tremavano troppo le sue mani. L’abbracciò forte. Chiara aprì gli occhi e gli diede un bacio sul naso, sorriden- do. Enea la fissò, senza dire niente, senza respirare, senza muo- versi. Non aveva mai visto così da vicino quei due occhi. Pensò che non si poteva amare realmente finché non si guardavano così da vicino quei due occhi e che lui era l’unica persona nel mondo, nell’universo, a poterlo fare. Pensò di aver vissuto l’in- tera vita solo per essere, quel giorno, nel giardino, e guardare così da vicino gli occhi di Chiara. E sparì il tempo e la guerra e l’universo intero. Quello che sarebbe avvenuto in futuro non esisteva, non sarebbe mai esistito. La sua vita era lì, dentro quei due occhi meravigliosi. Chiara chiuse di nuovo gli occhi, per baciarlo, e gli sussurrò: “Ti amo, Enea”. “Anche io ti amo...” 158


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