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La Condivisione come viaggio introspettivo e ricerca di autenticità- Adriana Ruggiano

Published by ADRI.RUGGIANO, 2020-09-11 10:05:01

Description: Centro Internazionale di Studi e Documentazione per la cultura giovanile - La Condivisione come viaggio introspettivo e ricerca di autenticità- Adriana Ruggiano

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Parole della città in tempo di pandemia – La Condivisione come viaggio introspettivo e ricerca di autenticità Centro Internazionale di Studi e Documentazione per la cultura giovanile La Condivisione come viaggio introspettivo e ricerca di autenticità Di Adriana Ruggiano L’emergenza sanitaria ha scosso le nostre coscienze perché ha palesato, in modo inequivocabile, la quarantena esistenziale insita nel mondo postmoderno. Una solitudine radicata in quella malinconica indifferenza che, spesso, pervade l’essere umano e lo spinge ad ignorare qualunque forma di condivisione o scambio reciproco. Ragion per cui si è riscoperta, nella solitudine, l’importanza della riflessione, della solidarietà. La pandemia non è stata, infatti, solo motivo di restrizioni geografico-spaziali; ha consentito risalisse quel disagio insito nel nostro essere umani che, spesso, ci porta a fare i conti con i nostri dolorosi ma, al contempo, quasi necessari, limiti ontologici. Dopo decenni di egocentrismo, ci siamo ritrovati catapultati nell’assurdo, nell’incomprensibile, con l’obbligo di ripensare al necessario: la vita e la morte, la fede e la ragione, noi e l’altro, il caos e il silenzio. Un silenzio, spesso, assordante ha invaso le nostre città, le nostre case, i nostri cuori. Un silenzio che sapeva di amarezza, di paura ma, al contempo, si è dimostrato essere sinonimo di opportunità. Molto spesso, infatti, ci limitiamo a sentire e non ascoltiamo per davvero: l’ascolto, infatti, sottende ad una competenza più raffinata, all’elaborazione della parola in una chiave più critica. Non eravamo abituati al silenzio perché il rumore è una costante della nostra vita: ci appartiene. In esso, però, anche se forzato, si acuiscono altre abilità, si mobilitano altre competenze. Inteso come spazio di coscienza e con una lettura alternativa, diventa l’unico modo che abbiamo per riscoprirci e riscoprire la vita grazie, soprattutto, alla meravigliosa opportunità di condividerla con gli altri. Da qui, i canti sui balconi, in tutta Italia: tutti uniti in un’unica voce pervasa di leggerezza, voglia di libertà e speranze condivise. Quella musica che risuonava da balcone a balcone, rompeva quel silenzio e attutiva la cupa malinconia dei nostri giorni. Un modo per riscoprirci comunità che garantiva, per qualche istante, quegli abbracci mancati. Una speranza che echeggiava nell’aria, nelle piazze e tra le strade: tutto, in sostanza, in questi mesi, ha raccontato il rinnovato desiderio di condivisione. Condividere è un verbo, al giorno d’oggi, usato, spesso, in modo inappropriato, svuotato di significati necessari. Vi è, però, un’accezione che potenzia la formazione culturale collettiva, per l’appunto condivisa, in cui questo verbo diventa un modo di seminare informazioni ed emozioni. Mezzo fondamentale, quindi, per 1

Parole della città in tempo di pandemia – La Condivisione come viaggio introspettivo e ricerca di autenticità ogni rapporto umano, oltre che virtuale, la condivisione, banale o originale, pregna di significato o vacua, condivisibile o contestabile, diventa un modo per interagire con gli altri. Lo scopo, dovrebbe essere, quindi, quello di condividere solo contenuti di valore, per stimolare quell’intelligenza collettiva tanto cara a Pierre Lévy. Occorrerebbe, quindi, che il termine diventasse sinonimo di corrispondenza empatica in un mondo in cui impera una cultura individualistica e consumistica che antepone l’io al noi. In questi termini, diventerebbe un concetto filosofico, antropologico, sociologico atto al trasferimento di valori laici, perché prettamente umani: sintesi di una dimensione solidaristica, in opposizione alla frammentarietà e alla divisione. Nell'accezione latina, però, il verbo che deriva da con – dis - vidēre, ossia un vedere con, rafforzato, però, da quel dis (prefisso, sinonimo, esso stesso, di separazione, divisione, negazione) dimostra un controsenso in termini. Si può, davvero, condividere con qualcuno; oppure l'atto di DIS - Vidēre è personalissimo, soggettivo e non condivisibile? Se condividere significa manifestarsi, quest’ultima diventa un’azione impossibile se non preceduta da una presa di coscienza, da una negazione e separazione dal nulla a cui apparteniamo ontologicamente (e a suggerirlo sono proprio i latini con quel DIS inequivocabile). La condivisione diventa, quindi, conoscenza profonda di noi stessi. Un processo intimo, spesso, doloroso, in quanto determinarsi significa uscire dalla sostanza informe, infinita, perfetta: rinunciare alla possibilità di essere qualsiasi altra realtà rispetto a ciò che si è. Una morte obbligata, una catarsi profonda, una kenosis inevitabile ma, anche, un riscatto agognato. Nel vedere e, poi, nel condividere, rappresentiamo noi stessi, ci scopriamo identità che assumono significato e che lo danno al mondo. Condividere è, dunque, un processo autentico di affermazione, la scoperta della nostra individualità, un viaggio di conquista. Per questo, non limitarci a vedere ma imparare a saper guardare, ad oggi, è imperativo categorico. Imparando a guadare, infatti, definiamo, in modo autentico, noi stessi e diventiamo mediatori di significati che, solo a quel punto, potranno essere condivisi. Lo scambio con l’altro, la reciprocità, diventa necessario perché speranza di poter evadere dal nostro stato di mancanza perpetuo. La condivisione diventa, quindi, riflessione, potenza che si tramuta in atto correlato alla coscienza, la più nobile manifestazione del nostro essere liberi, dell’unico modo per trascendere: conciliazione auspicabile in un mondo caratterizzato da conflitti. Era necessario, quindi, questo silenzio assordante, questa dolorosa solitudine per riscoprirci umani? La pandemia, ha portato con sé, devastazione e morte ma, anche, consapevolezza e riscoperta? Ci ha resi davvero migliori, se esserlo, significa imparare dai nostri limiti e valorizzare i valori necessari? Ai posteri l’ardua sentenza. 2


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